Marcello Vigoni – PERSISTERE

dal 3.10.26 al 21.11.26
OPENING: 3.10.26 h 18:00

Il nuovo progetto di Marcello Vigoni, dal carattere contemporaneo e sperimentale, prende vita all’interno degli spazi di Black Light Gallery, con una mostra personale che si muove tra fotografia e installazione.

“Il corpo è un fiore?”
Così Marcello Vigoni apre una nuova e provocatoria riflessione sull’esistenza contemporanea in un’indagine inedita sul corpo umano e sul corpo della natura, testimonianza di un passaggio artistico significativo.

Per un lungo periodo la sua ricerca si è contraddistinta per l’utilizzo della fotografia analogica, affiancata da video e installazione, dando vita a un linguaggio caratterizzato dalla giustapposizione di due o più immagini. Questo doppio non rappresenta un espediente compositivo, ma il nucleo del suo stesso pensiero: accostare un’immagine – che porta in sé l’assurdo camusiano che alberga nell’uomo – a una seconda, più antropica e razionale, significa mettere in tensione due letture del reale senza risolverle in una sintesi. È in quello scarto, in quel non detto tra le due immagini, che il lavoro si concretizza in una stampa ai sali d’argento, in un’immagine in movimento o in uno spazio installativo. 

Lo abbiamo osservato nelle serie Multiverso (2019) ed Egosistemi (2025) dove la natura non è solo semplice opposto dell’artificiale e dove l’essere umano appartiene alla natura tanto quanto i paesaggi che trasforma. Le città, le reti, le architetture sono espressioni della capacità umana di intervenire sulla materia, e la ricerca di Vigoni si concentra sul momento in cui queste costruzioni, nate per rispondere ai bisogni della vita, iniziano a ridefinirne le condizioni.

In questo nuovo progetto, invece, anche il linguaggio si sdoppia: ai corpi, restituiti attraverso una fotografia pura, integra e raffinata si affiancano i fiori, dove per la prima volta la fotografia non basta più a contenerli e il fuoco stesso entra nell’opera, bruciando la carta nel punto esatto della fioritura. Non un’immagine di consumazione, ma una consumazione reale: la stessa materia dell’opera si dona e scompare, esattamente come i fiori che rappresenta. Un intervento fisico che sedimenta sull’immagine come la costruzione sociale sedimenta sull’identità individuale, aprendo una riflessione sul rapporto tra chi siamo e chi siamo chiamati a essere.

La mostra è dunque un invito a riflettere sulla centralità del corpo umano, in quanto espressione fisica dell’anima, in un’epoca sempre più tesa all’astrazione, dove materia, tempo e spazio perdono peso di fronte all’evanescente ovunque immediato; dove un’idea della realtà diventa più importante della realtà stessa. Vigoni riflette allora sull’importanza del corpo come espressione del proprio punto di vista sull’esistenza: un confronto tra il trattenere e il dare, tra il visibile e il non visibile, tra il dividere e l’unire.

Corpo umano e corpo vegetale diventano così i due poli di questo confronto, non in quanto opposti, ma in quanto varianti di una stessa domanda sull’esistenza: cosa significa persistere, e a quale prezzo?

Il percorso espositivo si dipana tra corpi umani scultorei, che si sforzano di rimanere uniti ma che vengono sistematicamente suddivisi, razionalizzati, per essere studiati, compresi e infine mercificati e fiori che proiettano lo scopo della propria esistenza verso l’esterno, verso l’altro, senza timore di consumarsi fino a sparire nel gesto assoluto della vita.

In questo contesto il corpo umano diventa scultura, ideale rappresentazione plastica di sé, chiamata a riscoprire il proprio ruolo nella prigione dorata in cui si è recluso, e che rischia di relegarlo a unica, obsoleta congiunzione con l’esistenza. I fiori, di contro, nel loro consumarsi esprimono la propria verità non idealizzata: sede di una forza capace di trattenere i delicati petali novelli nei freschi e impetuosi venti primaverili, e di far esplodere vigorosamente il proprio profumo nelle calde giornate estive.

Un’essenza tesa ad espandersi per unire, dove il singolo trova la consapevolezza di sé grazie alla moltitudine di cui è parte, come rappresentato nell’installazione Stato Zero che vede sei stampe su legno identiche affiancate, le quali trovano, nell’atto di consumarsi, la loro diversità nell’unione; un chiaro omaggio al capolavoro di Pellizza Da Volpedo.

Persistere, allora, non è resistere al cambiamento, ma attraversarlo consapevolmente: è la scultura che accetta di essere divisa, trovando nella divisione la coscienza e la necessità della propria interezza; è il fiore che accetta di consumarsi, trovando nel frantumarsi la pienezza del proprio scopo. È in questo attraversamento — e non nella sua negazione — che corpo umano e corpo della natura si ritrovano, ancora una volta, a riconoscersi.

BIOGRAFIA
Marcello Vigoni (Milano,1979) vive e lavora a Milano. La sua ricerca artistica si sviluppa attraverso fotografia, installazione e videoarte, esplorando il rapporto tra individuo, sistemi culturali e trasformazioni del paesaggio contemporaneo.

Al centro del suo lavoro si colloca la tensione tra razionalità e assurdo, inteso secondo la riflessione di Albert Camus. Le sue opere interrogano le sovrastrutture culturali costruite dall’uomo e il loro rapporto con una dimensione esistenziale più profonda, ponendo domande sull’identità individuale e collettiva, sul significato dell’esperienza umana e sui sistemi che regolano la società contemporanea. 

Il suo linguaggio visivo è caratterizzato da atmosfere sospese, simbolismo e suggestioni metafisiche. Nel tempo la sua ricerca si amplia alla videoarte e alle pratiche installative, integrando immagine in movimento, suono e interventi materici. Tra i lavori più rappresentativi figura Assurdo Razionale, cortometraggio di quindici minuti in cui l’acqua diventa metafora della vita e della condizione umana, indagando il contrasto tra il bisogno di ordine e la natura imprevedibile dell’esistenza.

Le più recenti opere affrontano il tema della perdita della produzione tessile in Italia, riflettendo sulle trasformazioni del territorio, sull’identità delle comunità industriali, sulle conseguenze della delocalizzazione e sulle contraddizioni della sovrapproduzione globale.

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